MOZIONE MDP: STRUMENTI PER LA TUTELA DELLE FILIERE AGRICOLE AGGREDITE DALLA GLOBALIZZAZIONE SELVAGGIA

Mozione MDP: Strumenti per la tutela delle filiere agricole aggredite dalla globalizzazione selvaggia”

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Atto Camera

Mozione 1-01580

presentato da

ZACCAGNINI Adriano

testo di

Giovedì 6 aprile 2017, seduta n. 775

  La Camera,
premesso che:
la globalizzazione a cui stiamo assistendo negli anni recenti è un fenomeno assai complesso. Essa è sinonimo di creazione di un unico villaggio globale favorito dalla crescita delle relazioni e degli scambi tra i vari Paesi del mondo;
il fenomeno, è stato molto graduale, si è accelerato solo in epoca moderna creando un mercato globale privo di barriere protezionistiche; nel settore agricolo ed agroalimentare, la globalizzazione ha accentuato il divario esistente tra paesi ricchi e paesi poveri e i problemi legati alla fame nel mondo. Le disponibilità di beni alimentari a livello mondiale sono sufficienti a far fronte alla domanda globale: la fame non è un problema legato alla disponibilità dei prodotti agricoli, ma ai bassi livelli di reddito in taluni Paesi. Alle scarse rese produttive si è cercato di rispondere con l’introduzione di sementi ibride più produttive rispetto a quelle normali. Al di là di quelli che sono i dubbi circa gli effetti che il consumo di tali prodotti possa avere sull’uomo, va detto che tali ibridi non possono essere riprodotti e devono essere acquistati ogni anno da società multinazionali che li detengono e che ne stabiliscono i prezzi dato che operano in regime oligopolistico. D’altra parte, tali ibridi sono molto vulnerabili agli attacchi di insetti nocivi e richiedono l’uso massiccio di pesticidi la cui spesa è notevolmente crescita con il rischio di un aumento dei costi che devono sostenere gli agricoltori dei Paesi più poveri: tutto ciò si traduce in un aumento della loro povertà, al di là di possibili conseguenze sulla salute umana. Inoltre, la ripetizione delle stesse colture nel tempo riduce la biodiversità e rischia di incidere negativamente sia sulla produttività del suolo, che sulla diversificazione del cibo disponibile;
in questo quadro vi è da specificare come per l’agricoltura italiana diventata la più green d’Europa, sia di vitale importanza mettere in campo azioni e politiche atte a salvaguardare il settore, tutelandolo dalle prassi della globalizzazione. Dati alla mano, l’Italia si presenta infatti: con il maggior numero di certificazioni alimentari a livello comunitario per prodotti a denominazione di origine Dop/Igp, detenendo la leadership nel numero di imprese che coltivano biologico ma anche la minor incidenza di prodotti agroalimentari con residui chimici fuori norma. L’Italia è anche campione di biodiversità, il paese infatti può contare su 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei francesi, e su 533 varietà di olive contro le 70 spagnole, ma sono state salvate dall’estinzione anche 130 razze allevate tra le quali ben 38 razze di pecore, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di equini, 10 di maiali, 10 di avicoli e 7 di asini, sulla base dei Piani di sviluppo rurale della precedente programmazione. L’Italia detiene il record europeo della biodiversità, con 55.600 specie animali pari al 30 per cento delle specie europee e 7.636 specie vegetali. Un primato raggiunto anche grazie al fatto che in Italia ci sono ben 871 parchi e aree naturali protette che coprono ben il 10 per cento del territorio nazionale. Ha conquistato anche il primato green con quasi 50 mila aziende agricole biologiche in Europa ed ha fatto la scelta di vietare le coltivazioni ogm a tutela del patrimonio di biodiversità. Con l’azione di tutela dell’ambiente l’Italia si è portata al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,4 per cento), quota inferiore di quasi 4 volte rispetto alla media europea (1,4 per cento) e di quasi 20 volte quella dei prodotti extracomunitari (7,5 per cento);
il nostro made in Italy agroalimentare è il più copiato e contraffatto al mondo, nonostante la crescita del settore agricolo, confermi le enormi potenzialità dell’agricoltura e dei nostri imprenditori, specialmente i giovani, esso deve affrontare e contrastare la pressione delle distorsioni di filiera e il flusso delle importazioni selvagge dall’estero, che fanno concorrenza sleale alla produzione nazionale, perché vengono spacciati come prodotti Made in Italy e sono privi di indicazione chiara sull’origine in etichetta. Nelle campagne, oggi, vige una situazione di deflazione profonda: i prezzi sono crollati per raccolti e per gli allevamenti che non coprono più neanche i costi di produzione o dell’alimentazione del bestiame;
l’Ente nazionale risi ha organizzato a gennaio 2017 a Milano una riunione di tutti i Paesi europei produttori di riso (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Romania, Bulgaria e Ungheria) per creare un fronte comune nel confronto con l’Unione europea. La posizione italiana è quella di richiedere l’immediato ripristino dei dazi alle importazioni di riso da Cambogia e Myanmar, aboliti nel 2009. L’emergenza è determinata dal record delle importazioni comunitarie di riso lavorato «Indica» nella campagna 2015/2016 e dalla riduzione delle esportazioni comunitarie che hanno generato un aumento degli stock comunitari di riporto nella campagna attuale. L’Italia, con i suoi 234 mila ettari coltivati a riso e un consumo pro capite annuo di 6 chilogrammi, è il primo Paese produttore di riso dell’Unione europea. Nella filiera italiana operano 4.265 aziende risicole e circa 5.000 addetti, circa 100 industrie risiere, di cui 6 detengono complessivamente più del 50 per cento del mercato. Il riso lavorato rappresenta un giro d’affari di circa un miliardo di euro;
il disinteresse ministeriale rispetto alle decisioni europee rischia di vanificare i risultati positivi ottenuti dalle regioni, Lombardia in testa, che sul riso erano riusciti nelle fasi negoziali della Pac a escludere la coltura dal greening e a collocare 22,6 milioni di euro per gli aiuti accoppiati. La situazione, già resa pesante dalle grandi importazioni di riso dalla Cambogia e dal Myanmar (anch’esse esenti dal pagamento del dazio grazie agli accordi EBA), rischia inoltre di creare un gravissimo precedente per i negoziati in corso sugli accordi di libero scambio con altri Paesi asiatici, grandi produttori di riso, come Thailandia, Pakistan e India, ma anche con gli USA e con i Paesi del Mercosur;
la tutela della qualità delle produzioni agroalimentari è, in sede europea, un complemento alla politica di sviluppo rurale e alle politiche di sostegno dei mercati e dei redditi nell’ambito della politica agricola comune e rappresenta in particolare per l’Italia uno dei principali obiettivi della politica agroalimentare, considerato che il nostro è il Paese che vanta in Europa il maggior numero di prodotti a marchio registrato, oggetto di numerosi e sofisticati tentativi di contraffazione. La disciplina sull’etichettatura dei prodotti e sulle conseguenti informazioni ai consumatori costituisce anch’essa un aspetto della tutela della qualità del prodotto;
il Ministero dello sviluppo economico in materia di etichettatura sui prodotti di origine agroalimentare specifica che: «Il principio alla base della legislazione dell’Unione sull’etichettatura è che il consumatore ha il diritto di essere informato nelle proprie scelte e che l’etichettatura non può essere fuorviante. Quando l’etichettatura di origine geografica è obbligatoria, l’indicazione di origine geografica deve essere visualizzata correttamente in etichetta. Quando l’etichettatura di origine geografica è opzionale, gli operatori sono liberi di decidere se citare l’origine, a meno che l’omissione di tale informazione possa indurre in errore il consumatore sulla vera origine del prodotto. Se l’indicazione di origine viene indicata, l’informazione deve essere corretta in modo da non indurre in errore il consumatore. L’indicazione di origine è obbligatoria per la frutta ed i legumi freschi, il vino, il miele, l’olio di oliva, i prodotti ittici, la carne bovina, le carni di pollame proveniente da Paesi terzi, le carni fresche refrigerate o congelate di animali della specie suina, ovina, caprina e di volatili, le uova ed i prodotti biologici. Anche nei casi in cui l’indicazione di origine non sia obbligatoria, le informazioni sull’origine eventualmente fornite su base volontaria devono essere corrette e tali da non risultare ingannevoli per il consumatore»;
in seguito a quanto disposto dalla legge n. 4 del 2011 (articolo 4) e in attesa di una regolamentazione europea generale che dia attuazione al paragrafo 3 dell’articolo 26 del regolamento (UE) n. 1169 del 2011, è stato emanato il decreto interministeriale 9 dicembre 2016 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 19 gennaio 2017), concernente l’indicazione dell’origine in etichetta della materia prima per il latte e i prodotti lattiero-caseari, in attuazione del predetto regolamento (UE) n. 1169/2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori. Il 20 dicembre 2016, in analogia con la procedura adottata con riferimento al decreto sull’origine del latte, è stata inviata a Bruxelles, dal Governo italiano, una bozza di schema di decreto interministeriale sull’origine obbligatoria in etichetta di grano e pasta, come da comunicato del MIPAAF: «(…) Risulta in corso di elaborazione il regolamento esecutivo della Commissione europea del suddetto articolo 26 del regolamento (UE) n. 1169 del 2011 che, al paragrafo 3, fa riferimento al caso in cui il Paese d’origine o il luogo di provenienza di un alimento sia indicato e non sia lo stesso di quello del suo ingrediente primario. In linea generale, si ricorda l’importanza dell’intero regolamento n. 1169 del 2011, il quale, in particolare, agli articoli 9 e seguenti, prevede le informazioni obbligatorie che devono essere fornite sugli alimenti, come la denominazione degli stessi e l’elenco dei loro ingredienti. (…)». Fenomeni come le agromafie e la globalizzazione dei mercati in tutte le fasi della filiera agroalimentare, danneggiano la nostra agricoltura basata, al contrario, su prodotti provenienti da culture non intensive attente alla salvaguardia dell’ambiente, alle biodiversità e alla genuinità del prodotto;
sempre in quest’ottica di tutela del made in Italy che si può inquadrare l’iniziativa del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, che costituisce una risposta alla battaglia del grano del luglio scorso (periodo di trebbiatura), quando le quotazioni sono crollate del 42 per cento rispetto allo stesso periodo del 2015. Per fronteggiare questa emergenza è stato approvato nel decreto fiscale l’emendamento, che stanzia 10 milioni di euro per polizze su rischi climatici e di mercato. La filiera grano-pasta è uno dei principali settori dell’agroalimentare italiano, con una produzione di grano duro di circa 4 milioni di tonnellate e di 3,4 milioni di tonnellate annue di pasta, che rende il nostro Paese il principale produttore mondiale. Il valore della produzione supera invece i 4,6 miliardi di euro, con 2 miliardi di euro di export. «Saremo i primi in Europa – ha dichiarato il Ministro Maurizio Martina – a sperimentare un’assicurazione sui ricavi per i produttori di grano. Si tratta di uno strumento concreto di tutela del reddito per gli agricoltori e risponde in maniera più efficace all’esigenza di proteggere le aziende rispetto al passato. In particolare in una produzione come quella cerealicola, esposta a fluttuazioni di mercato e all’influenza di variabili internazionali, diventa fondamentale che le imprese possano programmare meglio la produzione e avere un meccanismo di protezione in caso di crollo del prezzo. Lo abbiamo visto quest’anno quando le quotazioni sono scese fino a 18 centesimi al chilo. Un prezzo che non consente nemmeno di recuperare i costi di produzione. Con l’assicurazione ci sarebbe stato un indennizzo immediato rispetto a queste perdite. È uno strumento sperimentale nel quale vogliamo investire e per questo abbiamo stanziato 10 milioni di euro che serviranno ad agevolare la sottoscrizione da parte dei nostri agricoltori. Allo stesso tempo andiamo avanti per rafforzare i rapporti nella filiera grano pasta, attraverso il sostegno ai contratti di filiera inseriti nel Piano cerealicolo nazionale e puntando alla massima informazione dei consumatori con l’origine della materia prima in etichetta»,

impegna il Governo:

1) ad assumere iniziative per estendere, così come per il latte, l’etichettatura d’origine alle altre filiere, che ancora non lo comprendono, così come descritto in premessa;
2) ad assumere iniziative volte a prevedere l’estensione della polizza salva grano ad altre filiere, «reti protettive» per assicurare il reddito degli agricoltori, così come descritto in premessa;
3) ad attivarsi affinché, a tutti i livelli, nazionale, comunitario e internazionale, siano promosse politiche utili alla difesa del prodotto made in Italy, al fine di contrastare con maggiore determinazione ed efficacia il fenomeno dell’italian sounding;
4) a valutare l’opportunità di assumere iniziative per rielaborare la normativa vigente in materia di contraffazione, in particolare quella relativa ai prodotti agroalimentari, al fine di assicurare maggiore trasparenza e la sicurezza in tutti i passaggi della filiera;
5) ad intervenire nelle opportune sedi europee affinché le denominazioni DOP e IGP, in particolare dei prodotti di eccellenza italiani, continuino ad essere una priorità della Commissione europea anche nell’ambito di eventuali trattati internazionali come Ceta e TTIP;
6) a garantire un maggiore e continuativo coordinamento istituzionale, con particolare riferimento alle posizioni da assumere in sede europea, a tutela degli interessi italiani, assicurando la completezza e la trasparenza relativamente all’etichettatura dei prodotti agroalimentari;
7) ad avviare un monitoraggio sull’effetto che l’abolizione dei dazi ha avuto sui produttori italiani messi in diretta concorrenza con i mercati asiatici che però riescono a produrre a costi molto inferiori.
(1-01580) «Zaccagnini, Stumpo, Laforgia».

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