PRESENTATA RISOLUZIONE IN COMMISSIONE SUL FENOMENO DELLA MORIA DELLE API

foto: murales dell’artista di strada Louis Masai Michel, per la campagna “Save the bees”

Presentata Risoluzione in commissione sul fenomeno della moria delle api

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Atto Camera

Risoluzione in commissione 7-01135

presentato da

ZACCAGNINI Adriano

testo di

Mercoledì 2 novembre 2016, seduta n. 700

  La XIII Commissione,
premesso che:
la moria delle api che si è verificata in questi ultimi anni in tutto il mondo ha raggiunto dimensioni tali da poter essere considerata un fattore che mette a repentaglio l’intera agricoltura mondiale. È stato stimato che circa il 35 per cento del cibo che l’uomo consuma dipende direttamente, attraverso l’impollinazione di frutta e colture vegetali in generale, o indirettamente, tramite l’impollinazione di campi coltivati a foraggio per il bestiame, dall’attività svolta dalle api. A ciò si aggiunge il fatto che le api concorrono per l’80 per cento al lavoro di impollinazione e l’alimentazione umana dipende per un terzo da coltivazioni impollinate attraverso il lavoro degli insetti. In più, il valore aggiunto totale per il servizio di impollinazione delle colture è stato stimato in 14,2 miliardi di euro. In tutto il mondo, invece, il valore economico totale dell’impollinazione svolta dalle api è stato pari a 153 miliardi di euro (Moritz et al., 2010);
nella Carolina del Sud, in seguito a un trattamento effettuato con il mezzo aereo contro la zanzara Aedes aegypti, vettore del virus Zika, è stata segnalata una moria di circa 2,5 milioni di api (46 colonie, a circa 50.000 individui per colonia, imenottero più, imenottero meno). L’episodio si è verificato dopo l’irrorazione con il mezzo aereo di un insetticida a base di Naled, un fosforganico normalmente utilizzato negli Stati Uniti in ambito civile, per controllare gli adulti dell’insetto vettore;
la pratica è normalmente ammessa dall’Epa, Agenzia ambientale americana, in quanto la scarsa tossicità per i mammiferi e la sua limitata persistenza ambientale ne fanno, agli occhi delle autorità d’oltreoceano, un mezzo tecnico idoneo per questo tipo di interventi. La sua elevata tossicità nei confronti delle api, nota all’Agenzia e correttamente riportata nell’etichetta dei relativi formulati, è stata giudicata mitigabile, effettuando i trattamenti nelle ore di minore attività delle api (tra il tramonto e l’alba) e una corretta informazione, in modo che la popolazione in genere e gli apicoltori in particolare possano organizzarsi per minimizzare gli effetti collaterali dell’applicazione. Il trattamento, rivelatosi, poi, disastroso, è stato invece effettuato alle 8 del mattino senza preavviso. Bayer e Syngenta sono finite sotto accusa grazie a una rigorosa indagine di Greenpeace: in sostanza industria e scienziati sanno da tempo che questi prodotti possono danneggiare le api; eppure nonostante questo, hanno continuato a difendere i loro pesticidi. Sul suo sito web, Syngenta, per esempio afferma che «non c’è correlazione diretta tra neonicotinoidi e morte delle api e l’accusa che i pesticidi neonicotinoidi siano intrinsecamente dannosi per colonie di api o popolazioni non è vera». Sono state inevitabili le polemiche, rimbalzate su stampa e televisioni statunitensi, e la richiesta di una maggiore trasparenza del settore e delle autorità di regolamentazione;
Syngenta ha provato a giustificarsi affermando che lo studio avrebbe dovuto essere pubblicato su una rivista, pur senza fornire altri dettagli. Bayer, da parte sua, ha detto che lo studio sarebbe stato oggetto di una prossima conferenza;
entrambe le aziende hanno affermato che il rischio per le api diventa sensibile solo a concentrazioni più elevate di quelle normalmente utilizzate in agricoltura. Gli studi recentemente scoperti hanno esaminato l’impatto del clothianidin di Bayer e del thiamethoxam di Syngenta su api da miele a concentrazioni variabili. Entrambi mostrano che le sostanze chimiche possono seriamente danneggiare colonie di api ad alte concentrazioni, anche se gli effetti sono stati meno marcati a livelli più bassi;
il fatto che questi dati siano rimasti segreti, tuttavia, non sorprende più di tanto i critici. Negli Stati Uniti, infatti, l’EPA (l’Agenzia per la protezione dell’ambiente) sta conducendo una revisione sui pesticidi neonicotinoidi e sul loro impatto sulla salute degli impollinatori. A gennaio 2016 la prima tappa di questa recensione ha rilevato che l’imidacloprid di Bayer danneggia le api e ha suggerito che «si limiti l’uso» della sostanza chimica entro la fine del 2016. I risultati delle revisioni di thiamethoxam e clothianidin, da cui sono tratti questi due studi, dovrebbero essere pubblicati nel 2017;
in generale, in Italia ed Europa, le api sono in pericolo. La colpa è della cosiddetta sindrome dello spopolamento degli alveari: un fenomeno ancora misterioso, per il quale le colonie di api collassano bruscamente, lasciandosi alle spalle un alveare pieno di larve, abbondanti scorte di polline e miele, una regina in salute, ma nessuna operaia che possa prendersene cura. Tra le possibili cause, o concause (come i pesticidi neonicotinoidi), vi è anche un parassita: il Varroa destructor, un acaro che si nutre delle api e trasmette un virus letale chiamato Deformed wing virus (dwv), che mutila gli insetti infettati e può portare velocemente alla distruzione della colonia. Fino a oggi non era chiaro in che modo questi parassiti si stessero diffondendo in tutto il pianeta, ma un nuovo studio pubblicato sulla rivista « Science» sembra aver individuato il responsabile: il vettore principale sono infatti le api di casa nostra, cioè le popolazioni di Apis mellifera provenienti dal continente europeo, e a diffondere la malattia sono spostamenti e commerci effettuati dall’uomo. Lo studio, realizzato da un team di ricercatori della University of Exeter, ha analizzato campioni di virus dwv prelevati in 32 siti di 17 Paesi, per cercare di ricostruire gli spostamenti di questo patogeno a livello globale. Analizzando le principali rotte di diffusione, i ricercatori ritengono di aver dimostrato che il virus è probabilmente un patogeno endemico del continente europeo, tornato a colpire con forza negli ultimi anni per via della diffusione del Varroa destructor, acaro che non solo rappresenta un vettore primario per la trasmissione del virus, ma aumenta anche la virulenza del patogeno e la capacità di danneggiare le popolazioni di api colpite;
in particolare, nel nostro Paese, sono molte le api che hanno perso la vita con il coleottero Aetina tumida, con tagli alla produzione di miele. Secondo la Cia, Confederazione italiana agricoltori, occorrono maggiore tempestività e misure straordinarie per far fronte a queste emergenze che devono essere affrontate in maniera organica a livello di Unione europea e nazionale. Si tratta di agire su diversi piani, dal potenziamento della ricerca alla diffusione di tecniche di difesa adeguate, dal maggior controllo internazionale sugli scambi al miglioramento di intervento nelle fasi di emergenza, fino al potenziamento degli strumenti di risarcimento alle perdite di reddito subite dagli agricoltori;
dal sito del Ministero della salute nel gennaio 2016 veniva divulgata la seguente notizia: «È operativa da lunedì scorso, 19 gennaio, l’anagrafe delle api, con la possibilità, per gli apicoltori di registrarsi sul portale del Sistema informativo veterinario accessibile dal portale del Ministero della salute. Operatori delle Asl, aziende e allevatori potranno accedere all’anagrafe per registrare l’attività, comunicare una nuova apertura, specificare la consistenza degli apiari e il numero di arnie o le movimentazioni per compravendite. Sul sito www.vetinfo.sanita.it, una sezione pubblica dedicata all’Apicoltura consentirà di avviare la procedura online di richiesta account. Tracciabilità e salvaguardia “Si tratta di un passo in avanti decisivo – ha dichiarato il Ministro della salute, Beatrice Lorenzin – sia per il lavoro degli apicoltori che per la salute dei cittadini consumatori. La nuova anagrafe – ha proseguito il Ministro – ci consentirà di garantire la tracciabilità degli apiari e del miele, la legittimità dei contributi finanziari pubblici agli apicoltori e, soprattutto, favorirà il controllo sulle malattie delle api e la gestione delle emergenze come quella recente dovuta all’infestazione esotica da Aethina tumida, il parassita delle api che lo scorso settembre ha procurato danni ingenti all’intera apicoltura nazionale”. La direzione generale della sanità animale e del farmaco veterinario del Ministero della salute rimane in contatto con il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e le associazioni degli apicoltori per una tempestiva e corretta implementazione dell’anagrafe che va ad aggiungersi a quelle già esistenti per le altre specie zootecniche. “L’anagrafe delle api italiane è una importante innovazione per garantire maggiore trasparenza attraverso la rintracciabilità in un settore dove quest’anno si registra il dimezzamento dei raccolti a causa dell’andamento climatico anomalo e delle malattie” – afferma la Coldiretti nel commentare l’avvio dell’anagrafe delle api. “La produzione Made in Italy di miele di acacia, castagno, di agrumi e mille fiori è quasi dimezzata (-50 per cento) per effetto del clima ed è allarme per l’arrivo in Italia dell’insetto killer delle api, il coleottero Aethina tumida, che mangia il miele, il polline e, soprattutto la covata annientando la popolazione di api o costringendola ad abbandonare l’alveare. Al crollo dei raccolti nazionali ha fatto seguito l’aumento del 17 per cento delle importazioni dall’estero di miele naturale mentre le esportazioni sono crollate del 26 per cento, sulla base dei dati Istat relativi ai primi 9 mesi del 2014. Il risultato – denuncia la Coldiretti – è che in Italia due barattoli di miele su tre venduti nei negozi e supermercati contengono in realtà miele straniero”;
a preoccupare l’associazione di categoria è il fatto che più di 1/3 del miele importato proviene dall’Ungheria e quasi il 15 per cento dalla Cina ma anche da Romania, Argentina e Spagna dove sono permesse coltivazioni ogm che possono contaminare il polline senza alcuna indicazione in etichetta. Il miele prodotto sul territorio nazionale, dove non sono ammesse coltivazioni ogm, è tuttavia riconoscibile attraverso l’etichettatura di origine obbligatoria fortemente sostenuta dalla Coldiretti;
le api svolgono, oltretutto un ruolo di prioritaria importanza in quello che è il biomonitoraggio, che consiste nella valutazione ambientale globale, attraverso l’utilizzo di bioindicatori, cioè di organismi capaci di avvertire con certezza le alterazioni ecologiche dell’ambiente in cui vivono, alterazioni causate da vari tipi di inquinamento o da fattori di stress ambientale. Un indicatore biologico, infatti, è un organismo che reagisce in maniera osservabile, macroscopicamente o microscopicamente, alle modificazioni della sua nicchia ecologica o più in generale del suo biotopo. L’ape è considerata un eccellente organismo indicatore dello stato di inquinamento di un determinato territorio, perché oltre alla facile reperibilità e all’economicità di impiego, è dotata di un efficace apparato sensoriale. L’ape si può definire un sensore viaggiante a differenza di altri bioindicatori perlopiù immobili. In questi suoi viaggi di andata e ritorno dall’alveare, che coprono un’area di circa 6 chilometri quadrati, è instancabile nella sua attività di raccolta. Se si considera, per fare un calcolo empirico, che in un alveare in buono stato vi sono circa 10.000 bottinatrici e che ogni bottinatrice visita giornalmente circa un migliaio di fiori, si può dedurre che una colonia di api effettua 10 milioni di microprelievi ogni giorno, senza considerare il trasporto di acqua che nelle giornate calde può raggiungere anche il mezzo litro (Pinzauti e Felicioli, 1998). Di conseguenza l’ape frequenta attivamente il territorio, preleva dei campioni di sostanze eventualmente contaminate, si contamina a sua volta e torna a casa; l’insetto stesso diventa così un possibile campione da sottoporre alle analisi di laboratorio. Nel biomonitoraggio, però, oltre alle api possono venir utilizzati anche i prodotti dell’alveare come indicatori dello stato di salute ambientale;
il progetto di monitoraggio della salute delle api «Beenet», un progetto per il quale il Governo, rispondendo, in data 3 dicembre 2014, all’interrogazione a risposta in Commissione n. 5-04098 del primo firmatario del presente atto, aveva garantito la conferma, prevedeva: «[…] una rete di monitoraggio nazionale sullo stato di salute degli alveari, anche al fine di approfondirne le cause di moria delle api e di spopolamento. Si tratta di un progetto che coinvolge 3.000 alveari situati in ogni regione e provincia autonoma, attraverso periodici controlli e successive analisi di laboratorio sulle diverse matrici raccolte (api morte, api vive, covata, cera, polline). A supporto del monitoraggio ci sono poi le “segnalazioni” che permettono di rilevare eventi anomali in alveari che non fanno parte della rete. Il sistema delle segnalazioni prevede che l’apicoltore segnali al Servizio veterinario dell’ASL competente per territorio l’episodio di mortalità e che lo stesso proceda al necessario sopralluogo con raccolta di campioni e al loro invio all’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie per le analisi del caso, in collaborazione anche con la rete BEENET. Il progetto BEENET, è coordinato dal CRA-API in collaborazione con l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, con il Dipartimento di scienze e tecnologie agro-alimentari dell’Università di Bologna. […]»;
in data 6 ottobre 2016 il Governo rispondendo all’interrogazione a risposta in Commissione n. 5-09680 del primo firmatario del presente atto circa il progetto «Beenet» chiariva quanto segue: «[…] abbiamo riproposto il finanziamento anche per il periodo di programmazione 2015-2020; in tal senso abbiamo chiesto al Crea di redigere una nuova proposta progettuale, attualmente in fase di valutazione, al fine di realizzare ogni utile sinergia con l’analoga rete di monitoraggio promossa dal Ministero della salute. […] Preciso che il progetto è stato finanziato su volontà del Ministero per le politiche agricole alimentari e forestali per dare continuità e mettere a sistema l’esperienza maturata dal precedente Progetto sperimentale Apenet, nato dall’esigenza di mettere in atto misure in grado di fornire risposte adeguate alle problematiche legate ai fenomeni della mortalità o di spopolamento di famiglie di api segnalati in numerosi Paesi, fra cui L’Italia. […] Le attività realizzate sono finalizzate alla verifica dello stato di salute delle api, per trarre utili indicazioni sulla diffusione delle principali patologie, sugli effetti dei fitofarmaci e, più in generale, sulle interazioni tra il benessere delle colonie e l’agro-ecosistema. Dall’iniziale progetto sperimentale, si è passati al programma di monitoraggio permanente, per dare continuità all’attività di monitoraggio, da cui sono state ricavate informazioni molto importanti, sulla salute delle api […]»;
occorrerebbe specificare a quale periodo il Governo si riferisca riguardo «[…] all’attività di monitoraggio da cui sono state ricavate informazioni molto importanti, sulla salute delle api»,

impegna il Governo:

ad assumere una iniziativa normativa sull’utilizzo dei prodotti fitosanitari più stringente, rispetto a quella oggi in vigore, che introduca, a livello nazionale, divieti ed eventuali sanzioni, superando la logica delle raccomandazioni, sancendo distanze certe e determinate tra i luoghi oggetto di irrorazione con fitofarmaci e le aziende apistiche, le coltivazioni biologiche e biodinamiche, al fine di garantire la tutela degli insetti impollinatori e la salubrità dei prodotti apistici e delle produzioni agroalimentari biologiche e biodinamiche;
a riattivare il progetto Beenet coordinato dal Crea, anche alla luce della risposta al question time n. 5-09680 svolto in data 6 ottobre 2016, senza «una fase di valutazione», così come descritto in premessa;
ad attivare un coordinamento maggiore fra Ministero della salute, Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e regioni, affinché si possano affrontare le problematiche inerenti alla moria delle api, con maggiore incisività e tempestività, individuando anche lo stanziamento di fondi ad hoc non solo per formare il personale in loco, ma anche al fine di consentire agli apicoltori la possibilità di ottenere un risarcimento per le perdite subite negli alveari;
a promuovere, nell’ambito della riorganizzazione del Crea, un piano di ricerca pubblica che cerchi di approfondire le cause principali dello spopolamento delle api e dell’indebolimento genetico delle stesse, incentivando attraverso fondi specifici i progetti di biomonitoraggio con le api e i progetti di apicoltura naturale per l’allevamento delle api senza l’utilizzo di prodotti di sintesi, avvalendosi anche del contributo scientifico di esperti entomologi;
ad incentivare, nell’ambito della riorganizzazione del Corpo forestale dello Stato, i controlli sulla produzione del miele, nonché sulla commercializzazione e sulla distribuzione in Italia dello stesso proveniente dall’estero;
a favorire le produzioni di qualità, garantendo il consumatore e tutelando i produttori italiani da pesanti fenomeni di concorrenza sleale estera, assumendo iniziative per estendere a tutti i prodotti alimentari apistici (nello specifico pappa reale e polline) l’obbligo, attualmente in vigore per il miele, di indicare in etichetta il Paese d’origine del prodotto confezionato e per tutte le categorie di prodotti la provenienza dei pollini utilizzati, e promuovendo l’etichettatura obbligatoria per i prodotti apistici europei al fine di superare quanto previsto dal regolamento (UE) n. 1169/2011 (relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori);
ad assumere iniziative per aumentare i controlli sulle merci e la qualità di tali controlli (in particolare, sul legname da ardere e prodotti affini importati) prevedendo eventualmente il blocco delle importazioni di determinate merci ritenute altamente pericolose, perché potenzialmente vettori di parassiti alieni.
(7-01135) «Zaccagnini, Schullian».

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