commissione-agricoltura

La XIII Commissione,
premesso che:
dal 30 novembre all’11 dicembre 2015 si svolgerà a Parigi la XXI COP delle Parti (COP 21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), dedicata a stabilire accordi internazionali ai fini di contenere il cambiamento climatico; l’obiettivo della conferenza è quello di concludere, per la prima volta in oltre 20 anni di mediazione da parte delle Nazioni Unite, un accordo vincolante e universale sul clima, accettato da tutte le nazioni. Si tratta di un appuntamento che viene definito da molti come decisivo, sia in ordine a scelte non più rinviabili, sia in ordine alla qualità condivisa degli obiettivi per gli stati e le popolazioni del pianeta. In questo contesto diventa decisivo il fatto che tutti i soggetti operino con la consapevolezza delle proprie responsabilità;
in particolare, tra i contesti produttivi, l’agricoltura, settore che produce notevoli quantità di gas serra, nei prossimi decenni sarà inevitabilmente e pesantemente condizionata dai cambiamenti climatici in atto a livello planetario: disponibilità idrica, rese colturali, tipologie produttive, tutela del suolo, sistemi assicurativi, sono solo alcune delle variabili che il mutamento climatico inevitabilmente sta portando in gioco in modo inedito (per esemplificare, secondo il Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (IPCC), l’agricoltura nei prossimi trent’anni subirà un calo di resa del 50 per cento nelle coltivazioni di riso, grano e mais, con rendimenti destinati a ridursi del 10 per cento per ogni grado di aumento (diventa decisivo dunque assumere da dentro il contesto agricolo, a livello locale, nazionale ed internazionale, una specifica iniziativa che prepari ed accompagni il mutamento in atto, anche a tutela del reddito agricolo nazionale);COP-21
le più recenti simulazioni sugli impatti attesi dal cambiamento climatico sull’agricoltura europea (prospettiva 2030-2050) indicano abbastanza chiaramente che i sistemi produttivi che risentiranno più negativamente del global warming saranno quelli del Sud Europa. Il centro nord Europa avrà prevalentemente vantaggi in termini di produzioni attese delle principali colture. Questo trend generale va poi declinato negli specifici contesti della variegata agricoltura europea, per cui è possibile che in uno stesso distretto rurale ci saranno sistemi produttivi che trarranno vantaggi, altri che invece saranno svantaggiato o non subiranno alcun effetto. Quel che è praticamente certo è che l’incremento della frequenza di ondate di calore avrà effetti molto gravi soprattutto sulla produzione di latte bovino, determinerà un aumento dei consumi irrigui delle colture e un aumento degli attacchi parassitari, soprattutto nell’Europa mediterranea. L’aumento della frequenza di eventi estremi potrà avere effetti particolarmente devastanti nei territori in cui prevale l’abbandono dell’agricoltura e il dissesto idrogeologico. Inoltre la penetrazione del cuneo salino, causata dall’innalzamento del livello marino, provocherà effetti di pesante trasformazione della fascia costiera, destinata a compromettere, oltre all’agricoltura, anche la stessa vegetazione spontanea. Per quanto concerne il nostro paese e la sua fascia climatica, assistiamo, e assisteremo, ad un progressivo aumento delle temperature e a una progressiva riduzione delle precipitazioni, peraltro paradossalmente accompagnata da una accentuazione dei fenomeni di elevata intensità e breve durata. L’impatto sull’agricoltura potrebbe rivelarsi devastante, con condizioni necessariamente differenziate tra le varie aree regionali. Se nel breve periodo la relativa resilienza del sistema sarà probabilmente sufficiente a mascherare gli effetti del clima, in un orizzonte temporale più lungo (10-30 anni) dovranno necessariamente essere approntate adeguate strategie di adattamento, che richiedono tempo per essere individuate, studiate e calibrate. La qualità politica dei sistemi nazionali e internazionali, com’è chiaro anche dal dibattito preparatorio della stessa COP 21, si misura in questo senso con la capacità di uscire rapidamente dalla sottovalutazione del fenomeno, prodotta dall’attuale lentezza percepita della trasformazione in atto. Si impone quindi da subito l’avvio di una riflessione sul ruolo futuro delle diverse produzioni agricole, sia alla luce dei diversi requisiti climatici, sia, in relazione agli effetti economici, alla luce della dinamica dei mercati;
di fronte a questo scenario le strategie da mettere in atto comprendono due strade tra loro distinte ed integrabili: mitigazione e adattamento;
da un lato vi sono le tecniche di riduzione delle emissioni di gas serra dal comparto agricolo (mitigazione), quali, ad esempio, il ricorso a energie rinnovabili, l’accumulo di carbonio organico in forma stabile nel suolo (C-sink), la riduzione dell’impiego di fertilizzanti azotati. Particolare attenzione sarà necessario porre alla scelta delle tecniche di allevamento e nel pianificare l’intensità delle produzioni animali, forti produttori di gas serra, anche alla luce delle possibili evoluzioni culturali e del mercato;
dall’altro vi sono le tecniche di adattamento ai cambiamenti climatici, ovvero il complesso delle azioni possibili, a livello istituzionale e a scala locale, mirate a garantire le produzioni agrarie e la sopravvivenza economica del comparto. Si tratta anche di avviare una riflessione per decidere quali produzioni agricole risultino strategiche nel lungo periodo rispetto alle relative esigenze climatiche e tenuto conto del fabbisogno idrico, e di mettere in atto adeguate azioni di ricerca per selezionare varietà e specie vegetali particolarmente capaci di resistere alle mutate condizioni del clima. Parallelamente sarà necessario investire nella formazione degli addetti per la messa in atto delle pratiche agricole più adeguate, nell’integrazione dei sistemi di monitoraggio e allerta per mitigare gli effetti degli eventi idro-meteorologici estremi, di una adeguata pianificazione del territorio rurale ai fini di contenere i fenomeni di dissesto idrogeologico. Le risposte adattative non necessariamente dovranno essere recessive. Potrebbero esserlo se ci si limitasse a chiedere ulteriori sussidi o a finanziare contratti di assicurazione, che in sostanza andrebbero a vantaggio delle compagnie e non certo degli agricoltori. È però possibile interpretare l’adattamento in modo strategico, quindi non solo legato al cambiamento della varietà, ma anche a creare le condizioni per una maggiore sinergia tra aziende e distretti produttivi con evidenti complementarietà (come per esempio tra i distretti asciutti e quelli irrigui), che aggregandosi in reti, potranno così permettersi un maggior supporto organizzato da parte di professionisti dell’assistenza tecnica e mondo della ricerca scientifica, valorizzando potenziali oggi per lo più inespressi;
si tratta in tutti i casi di percorsi che richiedono una notevole dose di ricerca, di investimenti e di tecniche, aspetti che rinviano più in generale ad una distribuzione capillare prima delle informazioni e poi delle applicazioni. La resilienza del sistema-agricoltura è legata in misura notevole al tradizionale passaggio generazionale di conoscenze, che nella maggior parte dei casi sorpassa un sistema di istruzione capace di fornire strumenti tecnici e scientifici oggettivi. L’esperienza diretta, tramandata di padre in figlio, o in generale attraverso le organizzazioni di categoria orientate in primo luogo alla tutela del reddito, consente di adeguare le tecniche di produzione nel contesto di una limitata variabilità del clima, ovvero la tipica variabilità annuale o del breve periodo. L’esperienza non è tuttavia sufficiente a percepire il trend climatico di medio e lungo periodo, configurandosi piuttosto come elemento capace di mascherarne in qualche modo gli effetti, rendendolo finalmente un elemento critico solo quando l’alterazione assume dimensioni non più gestibili;climate-change
si configura quindi come indispensabile un mutamento di paradigma, dato che in generale è strategico a questo fine che si istituisca un legame stretto fra ricercatori e consulenti aziendali degli agricoltori, per operare fattivamente in campo le scelte necessarie ad una produzione che tra l’altro rispetti l’ambiente nel mentre è in corso una modificazione strutturale che potrebbe condurre a forzature per assicurare la continuità dello status quo. Le istituzioni di istruzione, formazione e assistenza devono assumere in questo senso un ruolo primario per coadiuvare gli agricoltori, mentre le organizzazioni agricole devono collaborare nel progetto coerente di innovazione dei processi produttivi. Innovazione che assume una configurazione dinamica non essendo possibile, a priori, definire nel dettaglio le future interazioni tra clima e agricoltura. La potenziali rapidità di taluni mutamenti indotti dai cambiamenti climatici, suggerisce in questo senso una grande flessibilità di approcci;
in questo processo dovranno essere salvaguardate, sia pure in un’ottica di trasformazione, quelle caratterizzazioni locali che enfatizzano, specialmente nella realtà italiana, la variabilità della produzione del comparto primario e che offrono le peculiarità e le diversità dei prodotti tipicamente italiani assai appetiti dai mercati internazionali. Non si tratterà quindi di individuare e trasmettere, o peggio imporre, nuove tecniche di produzione e nuove varietà da seminare, bensì di offrire quelle competenze tecniche e scientifiche che risultano tipicamente carenti nei processi decisionali autonomi basati sulla mera esperienza; l’agricoltore, già ora responsabile delle proprie azioni, dovrà rimanere autonomo ma accompagnato da un lato dalla consapevolezza che lo scenario agricolo sta rapidamente cambiando, dall’altro dalla possibilità di accedere a risorse culturali e scientifiche per attuare al meglio le trasformazioni necessarie;
un ruolo strategico in questo senso per l’intero sistema hanno le reti di sperimentazioni agronomiche di lunga durata. Ce ne sono alcune in Italia che durano dal 1962, oggi mantenute in vita su base per lo più volontaria da alcune strutture universitarie e del CREA. Questo tipo di iniziative sta evolvendo verso la costituzione di una rete internazionale che vede l’Italia – rispetto ad altri paesi – particolarmente sofferente per la carenza di risorse disponibili per la ricerca. Esse rappresentano un patrimonio nazionale inestimabile per poter calibrare i modelli matematici di sistema colturale, strumenti insostituibili nella valutazione degli effetti di lungo termine sulla fertilità del suolo di diverse pratiche agronomiche;
preso atto inoltre che:
sono già stati messi in atto alcuni tentativi di affrontare il tema del ruolo dell’agricoltura nei mutati scenari climatici, come ad esempio i progetti finalizzati Agroscenari e Climagri finanziati dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, il libro bianco Sfide ed opportunità dello sviluppo rurale per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, o, più in generale, gli Elementi per una strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. Gli elementi dominanti in tutti questi studi sono però l’assenza di una prospettiva concreta di pianificazione del medio e lungo periodo e la proposta di attuare strategie e tecniche di adattamento che sono già mature e consolidate. Al contrario la sfida, ancora sottovalutata, sarà tale da richiedere forti elementi di innovazione e un radicale cambiamento di prospettiva. Inoltre si tratta di progetti di respiro relativamente breve, perlopiù avviati e conclusi nel giro di pochi anni, a fronte della evidente necessità di un tavolo permanente capace di cogliere con continuità la dinamica dei cambiamenti del clima, dell’evoluzione della tecnica, degli sviluppi dei mercati,

cambiamenti_climatici_IPCC

impegna il Governo:

a costituire presso il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali un organismo permanente, qualificato scientificamente e capace di far tesoro delle esperienze positive già maturate, che valorizzando adeguatamente sia gli istituti di ricerca scientifica istituzionale sia le realtà indipendenti del settore, sia le organizzazioni di settore e i consulenti aziendali, promuova la pianificazione agricola nazionale nell’ambito dei cambiamenti climatici, con traguardi verificabili in termini di mitigazione e attraverso la redazione di studi evolutivi del comparto agricolo in relazione ai mutamenti climatici, con un raggio previsionale di almeno trent’anni da aggiornare ogni cinque anni;
a valorizzare la qualità strategica di questa pianificazione per porre politicamente e tecnicamente per tempo in sede di UE la scelta di investimenti adeguati sull’adattamento agricolo, a beneficio in primo luogo delle aree agricole europee più svantaggiate e a tutela del sistema produttivo nazionale. Questa pianificazione deve sia supportare le valutazioni per comprendere quanto l’adattamento resiliente e necessario per mantenere in vita i sistemi produttivi attuali confligga con le attuali (e future) politiche agricole, ambientali e climatiche a scala europea, sia spingere a rafforzare gli strumenti assicurativi mirati alla mitigazione dei danni dovuti agli effetti del cambiamento climatico;
a farsi portavoce in sede internazionale di una politica, attraverso l’adozione di piani di investimento che includano una pianificazione ed una strategia di lungo periodo, in grado di valorizzare soprattutto le realtà agricole dei paesi in via di sviluppo e dei coltivatori diretti, che sono i più penalizzati dal sistema produttivo agroindustriale in atto che causa alterazioni climatiche, a discapito delle pratiche eco-sostenibili;
a promuovere, attraverso la conferenza Stato-Regioni, un preciso orientamento di integrazione tra ricerca scientifica e assistenza tecnica agronomica al mondo produttivo, con corsi di aggiornamento e formazione sul campo, coinvolgendo tutti i soggetti interessati dai produttori agricoli alle realtà scientifiche in grado di adottare pratiche agronomiche capaci di contrastare le alterazioni climatiche, coinvolgendo a tal fine singoli enti a livello territoriale. Tale indirizzo di collaborazione del mondo scientifico in termini di aggiornamento e formazione, nel merito delle evoluzioni agronomiche di contesto regionale contrassegnate dai cambiamenti climatici, è volto a potenziare le buone qualità tecniche già presenti e potrebbe realizzarsi negli specifici enti preposti a livello territoriale, sia direttamente nei propri organismi direttivi, sia attraverso specifici comitati;
ad assicurare il sostegno per il mantenimento e l’implementazione di una rete di sperimentazioni agronomiche di lunga durata, per poter calibrare i modelli matematici di sistema colturale, strumenti insostituibili per la valutazione degli effetti di lungo termine sulla fertilità del suolo di diverse pratiche agronomiche;
a valutare iniziative rivolte a promuovere un modello di agricoltura sostenibile, incoraggiando le comunità locali a gestire la produzione e il consumo delle proprie risorse, promuovendo la transizione verso l’agroecologia e le pratiche resilienti, ivi compreso il sostegno ai progetti volti a diffondere un’educazione alimentare che tenga conto delle conseguenze sul clima dei prodotti collegati alla filiera produttiva di origine animale e ad identificare e ridurre le vulnerabilità dei sistemi di pesca ed acquacoltura;
ad impegnarsi fattivamente per l’attuazione della «New York declaration on forest», l’accordo siglato in occasione del vertice Onu «Climate Summit 2014», con l’obiettivo di fermare la deforestazione delle foreste naturali entro il 2030, rafforzando gli incentivi per l’investimento a lungo termine e la tutela forestale e a favorire l’applicazione di pratiche che favoriscono il «sequestro» della CO2 atmosferica, attraverso l’attività fotosintetica, nella biomassa vegetale e nei suoli sotto forma di sostanza organica.

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