UOMINI O CAPORALI

Atto Camera

Risoluzione in commissione 7-00800
presentato da
ZACCAGNINI Adriano
testo di
Giovedì 8 ottobre 2015, seduta n. 498
 Le Commissioni XI e XIII,
premesso che:
la stagione che sta per congedarsi passerà tristemente alla storia come quella che ha comportato nelle nostre campagne il bilancio più pesante in termini di perdita di vite umane riaccendendo, quindi, prepotentemente i riflettori sul «caporalato», un fenomeno antico assimilabile ad un vero e proprio schiavismo del terzo millennio, che, nel tempo, ha subito una mutazione genetica che lo ha reso più difficile da identificare e da reprimere;
in un mondo sempre più globalizzato, nel quale le interdipendenze tra fattori produttivi, la spinta al profitto e la competizione economica portano imprenditori poco avvezzi e senza scrupoli, soprattutto in periodi di recessione, a ridurre i costi di produzione ed a reperire manodopera a basso costo ed a condizioni fuori mercato, alto è il rischio che simili forme di «tratta», a scopo di sfruttamento della forza-lavoro, diventino una componente strutturale di determinati settori produttivi poco immuni alla pervasività di gruppi criminali organizzati (le cosiddette «agromafie»), sempre più protesi a sfruttare la vulnerabilità sociale dei lavoratori, specialmente di quelli migranti;
tale contesto è stato fortemente condizionato anche dalla recente e rapida evoluzione del flusso migratorio che ha contribuito a segmentare il nostro mercato del lavoro e ad accrescere il dualismo tra l’occupazione regolare e quella sommersa;
oggi il «caporalato» si presenta come un giro d’affari di alcune decine di miliardi di euro che, dalla sua originaria dimensione locale, ha dato vita al cosiddetto processo di «globalizzazione delle campagne», arrivando, con il suo esercito di lavoratori invisibili, a governare gran parte della filiera italiana di raccolta di frutta ed ortaggi;
in tale contesto, pertanto, il Parlamento è chiamato ad adeguare un quadro normativo che, nonostante sia stato recentemente innovato grazie all’introduzione nel nostro sistema giuridico di una nuova fattispecie di reato, quella dell’intermediazione illecita e dello sfruttamento del lavoro (articolo 603-bis del codice penale), non si è rivelato capace di arginare un fenomeno che va estendendosi oltre i due tradizionali settori produttivi, come agricoltura ed edilizia, e sui quali è fino ad oggi proliferato, né tantomeno, contrastare la nuova minaccia rappresentata da forme evolute e complesse di dumping sociale;
nel mutato contesto geopolitico degli ultimi anni, i Paesi del bacino del Mediterraneo hanno assunto un’impropria funzione di ammortizzatore sociale per tutti quei profughi che scappano dai conflitti che infiammano le loro patrie in cambio di qualsiasi forma di occupazione anche pericolosa e sottopagata;
un proficuo impegno per combattere il fenomeno richiederebbe la messa in campo di interventi di riforma di ampia prospettiva, frutto di un approccio multidisciplinare, ed il coinvolgimento, nella loro fase di definizione, di diversi attori istituzionali e di autorevoli rappresentanti della comunità scientifica e sociale;
nell’ambito di una riforma complessiva e di sistema è opportuno introdurre nel nostro ordinamento strumenti appropriati come l’individuazione degli «indici di congruità», ossia parametri che definiscono il rapporto tra la quantità del prodotto e la quantità delle ore lavorate, quale condizione per godere delle agevolazioni comunitarie, nazionali e regionali, dirette o indirette che siano; ciò, sia pure consentendo un motivato scostamento da parte delle imprese che ottimizzino i fattori della produzione, e quale strumento per indirizzare i controlli, al di fuori di ogni logica di casualità o peggio di arbitrarietà;
è opportuno inserire, nei provvedimenti di concessione o nei capitolati di appalto o nei bandi con cui si concedono i finanziamenti, apposite clausole che dettino le modalità di revoca delle erogazioni ottenute, a seguito di attività ispettiva, che ne abbia accertato l’eventuale commissione del reato. È oltremodo pacifico che si debba tener conto dell’amplissima varietà di situazioni produttive al cui interno vanno definiti i singoli «indici di congruità», i cui scarti in percentuale sono il frutto della diversa combinazione dei fattori della produzione;
gli «indici di congruità» rappresentano un importante intervento di politica economica, diretto a penalizzare e rendere sempre più marginali le imprese che fondano la propria competitività di impresa sulla riduzione illecita del costo del lavoro e sono utili al fine di costruire una statistica dell’occupazione regolare, con una banca dati integrata con il sistema delle regioni, con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e con il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, con le università in cui sono svolti dottorati di ricerca su tali fenomeni, con i centri dell’impiego, con l’INPS e con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative a livello nazionale;
dal 1o settembre 2015 è divenuta operativa la «cabina di regia» in seno all’INPS che la presiede, denominata «Rete del lavoro agricolo di qualità», prevista dall’articolo 6 del decreto-legge n. 91 del 2014, convertito con modificazioni dalla legge n. 116 del 2014, alla quale possono partecipare le imprese agricole di cui all’articolo 2135 del codice civile in possesso dei seguenti requisiti:
a) non avere riportato condanne penali e non avere procedimenti penali in corso per violazioni della normativa in materia di lavoro e legislazione sociale e in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto;
b) non essere stati destinatari, negli ultimi tre anni, di sanzioni amministrative definitive per le violazioni di cui alla lettera a);
appare evidente che l’adesione alla «Rete del lavoro agricolo di qualità» certifica che l’azienda è in regola con quanto disposto dal decreto-legge che l’ha istituita ed è pertanto meno soggetta a controlli rispetto a chi non vi ha aderito, una sorta di «bollino etico di qualità». Invero tali requisiti non sono sufficienti a tener fuori dai sistemi produttivi quelle aziende che praticano forme di sfruttamento del lavoro e della manodopera, come ampiamente dimostrato dal caso della bracciante agricola che la scorsa estate ha perso la vita nelle campagne di Andria (BAT) dove l’azienda per la quale lavorava era formalmente in regola;
l’ultimo «Report» Istat sull’agricoltura, pubblicato lo scorso 2 settembre 2015, conferma l’importanza del lavoro agricolo di qualità e del valore, sociale ed economico di quelle aziende che puntano su più alti standard di tutela occupazionale;
lo stesso «Report» evidenzia una forte crescita delle aziende multifunzionali e di quelle capaci di diversificare le fonti di reddito. L’occupazione tiene, e anzi risulta in aumento, nelle realtà più strutturate e innovative a riprova che il lavoro e l’impresa di qualità sono i binari su cui avviare una ripresa sostenuta e sana, capace di coniugare la competitività al consolidamento dei diritti dei lavoratori, una rappresentazione che conferma che, in tema di sfruttamento del lavoro, e di caporalato, è fondamentale dare piena attuazione alla rete del lavoro agricolo di qualità e rendere operative le articolazioni territoriali della «Cabina di regia»;
la strada maestra è quella che passa per la valorizzazione, anche con meccanismi di premialità, delle imprese innovative, sane, strutturate, che intendono muoversi sul terreno del pieno rispetto delle regole, sottoscrivendo un rinnovato modello contrattuale per il settore agroalimentare per sostenere la crescita ed il lavoro, per affermare le ragioni dei diritti e delle tutele, per costruire un nuovo equilibrio tra impresa e lavoro,

impegnano il Governo:

a dare piena attuazione alla «Rete del lavoro agricolo di qualità» di cui alla legge n. 116 del 2014, coinvolgendo tutte le articolazioni territoriali della «Cabina di regia», in primis enti territoriali e locali, al fine di rendere operative ed efficaci tutte le forme di intermediazione pubblica fra domanda e offerta di lavoro;
a orientare e rafforzare, in modo collegiale, l’attività ispettiva, ed a rivedere i requisiti per l’iscrizione alla «Rete», mantenendo inalterato per un biennio il livello dei controlli ispettivi sulle aziende aderenti, coinvolgendo nella loro fase di definizione diversi attori istituzionali ed autorevoli rappresentanti della comunità scientifica e sociale;
ad adottare, anche a livello nazionale, gli indici di congruità provvisori, come già definiti in alcune realtà regionali, con carattere di premialità, parametri atti a definire il rapporto tra la quantità e qualità dei beni e dei servizi offerti dai datori di lavoro, e la quantità delle ore lavorate, e, gradualmente nel tempo, adeguati con riferimento al settore di produzione ed alla realtà territoriale alla quale si riferiscono;
a stanziare risorse adeguate da destinare al risarcimento dei danneggiati dal «caporalato» (vittime o loro superstiti);
a prevedere per le pratiche virtuose misure premiali come: forme di reinserimento lavorativo per chi denuncia omissioni od irregolarità di aziende aderenti alla «Rete del lavoro agricolo di qualità»; riconoscimento di sgravi fiscali, agevolazioni all’interno delle misure dei Piani di sviluppo rurale e risorse continuative, a quelle aziende che prendono in carico, assumendolo, colui che denuncia;
a studiare forme di trasporto pubblico o convenzionato che accompagnino i lavoratori e le lavoratrici sui luoghi di lavoro, anche tenendo conto della orografia del territorio;
a procedere alla condivisione delle banche dati attualmente in uso all’INPS, con tutti gli altri componenti della «Rete del lavoro agricolo di qualità» ed ai centri per l’impiego, al fine di far emergere irregolarità ed elusione delle norme vigenti, consentendo, così, il puntuale monitoraggio del fenomeno. 
(7-00800) «Zaccagnini, Airaudo, Placido».

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