la politica comune della pesca (PCP) ha come obiettivo principale quello di far sì che la pesca e l’acquacoltura siano sostenibili dal punto di vista ambientale, economico e sociale ed assicurare al contempo che il prodotto ottenuto da queste attività rappresenti una fonte alimentare sicura per i cittadini dell’Unione europea.

tonnorossoLa XIII Commissione,
premesso che:
la politica comune della pesca (PCP) ha come obiettivo principale quello di far sì che la pesca e l’acquacoltura siano sostenibili dal punto di vista ambientale, economico e sociale ed assicurare al contempo che il prodotto ottenuto da queste attività rappresenti una fonte alimentare sicura per i cittadini dell’Unione europea;
la politica comune della pesca, PCP, avviata negli anni ’70, è stata recentemente riformata dal regolamento (UE) 1380/2013, e prevede misure per garantire che le attività di pesca e di acquacoltura contribuiscano alla sostenibilità a lungo termine sotto il profilo ambientale, economico e sociale; per assicurare la tracciabilità, la sicurezza e la qualità dei prodotti commercializzati nell’Unione; per garantire un equo tenore di vita agli operatori del settore, anche della piccola pesca; per il raggiungimento di una certa stabilità dei mercati, al fine della disponibilità di risorse alimentari ai consumatori a prezzi ragionevoli;
da un punto di vista tecnico, nell’ambito dell’impegno dell’Unione europea ad intervenire contro il costante declino di numerosi stock ittici, il regolamento (UE) n. 1380/13, stabilisce che lo sfruttamento delle risorse biologiche marine debba avvenire in modo tale che dal 2015 le popolazioni degli stock non vengano sfruttate al di sopra dei livelli in grado di produrre il rendimento massimo sostenibile (MSY); tuttavia, qualora l’adempimento di tale obbligo compromettesse gravemente la sostenibilità sociale ed economica delle flotte da pesca interessate, viene consentito il raggiungimento dell’obiettivo al più tardi al 2020;
l’altra significativa novità della PCP è l’introduzione di misure volte a ridurre i livelli (attualmente elevati soprattutto nei mari del nord Europa) di catture accidentali e ad eliminare gradualmente i rigetti in mare, che sono ritenuti uno spreco considerevole e che incidono negativamente sullo sfruttamento sostenibile delle risorse biologiche marine e sugli ecosistemi marini;
per ridurre i rigetti viene introdotto, con una calendarizzazione ben definita, un «obbligo di sbarco» per tutte le catture di specie soggette a limiti di cattura e, nel Mediterraneo, anche per le catture soggette a taglie minime effettuate nell’ambito di attività di pesca, con divieto di commercializzazione ad uso umano diretto per le catture sotto la taglia minima regolamentare;
dal 1o gennaio 2015 l’«obbligo di sbarco» si applica alle catture di acciuga, sardina, sgombri e sugarello effettuate con le reti volanti o con le reti a circuizione a chiusura meccanica con attrazione luminosa (lampare), sia in taglia commerciale che sotto la taglia minima prevista dall’allegato III del regolamento (CE) n. 1967/06 (cosiddetto regolamento Mediterraneo);
il nuovo obbligo di sbarco comporta un cambiamento netto nei comportamenti e nella mentalità dei pescatori che, per talune specie e progressivamente, devono passare dall’obbligo di rigetto al divieto di rigetto, con rischi di pesanti sanzioni che, oltre all’aspetto pecuniario, impattano anche sulla licenza di pesca per via del sistema della licenza a punti introdotto dal regolamento (CE) n. 1224/2009 (cosiddetto regolamento controllo);
è molto probabile che sia in ambito comunitario che in quello nazionale non si riesca a coordinare in tempo la normativa vigente con quella che entra in vigore il 1o gennaio 2015 in tema di «obbligo di sbarco» e, per questo, è necessario impartire direttive chiare agli organi di controllo, in modo tale da evitare inutili e controproducenti contenziosi per via di norme in contrapposizione tra loro;
per il raggiungimento degli obiettivi di base della PCP è necessaria una registrazione accurata delle informazioni sulle caratteristiche e sulle attività dei pescherecci dell’Unione, ed è inoltre importante raccogliere dati biologici sulle catture, inclusi i rigetti, e informazioni provenienti da indagini sugli stock ittici e sull’impatto ambientale potenziale delle attività di pesca sull’ecosistema marino;
i risultati degli studi e della ricerca scientifica sono sempre più importanti per una gestione della pesca efficiente ed efficace, le cui ricadute sul settore però possono essere spesso traumatiche per gli operatori e per le imprese;
la stessa PCP richiede, per tale ragioni, una migliore cooperazione tra il mondo scientifico ed il settore; e ciò è tanto più vero per la piccola pesca artigianale, assolutamente maggioritaria nel nostro Paese, la quale, oltre ad essere esercitata in modo sostenibile, ha importanti ricadute positive sull’occupazione e sulle economie della fascia costiera nazionale;
l’applicazione della politica comune della pesca è supportata finanziariamente dal fondo europeo degli affari marittimi e della pesca, FEAMP, per il quale occorre però assicurare il partenariato che, a tutt’oggi, non risulta essersi avviato con tute le componenti descritte dalla normativa di base che disciplina il funzionamento della politica strutturale europea;
è necessario, altresì, uno sforzo ulteriore attraverso lo stanziamento di ulteriori fondi nazionali per poter ottemperare al meglio ai nuovi adempimenti e rispondere positivamente alle sfide lanciate dalla politica della pesca riformata;
a seguito dell’adozione del piano pluriennale di ricostituzione dello stock di tonno rosso nel 2006 ad opera dell’ICCAT, international commission for the conservation of atlantic tunas, gli indici di abbondanza mostrano quest’anno per la prima volta segnali incoraggianti di ripresa che sono stati peraltro confermati dalla recente riunione dell’SCRS, standing committee on research and statistics, dell’ICCAT e, fatte salve le attuali ripartizioni delle quote di cattura tra i diversi sistemi di pesca, è necessario fare il possibile in ambito internazionale per garantire una fissazione del nuovo livello totale delle catture ammissibili, TAC, in linea con gli indirizzi di gestione suggeriti dallo stesso SCRS, a beneficio della quota europea e, di conseguenza, della quota nazionale;
la gestione del tonno rosso, basata su contingenti di cattura e limitazioni tecniche sugli attrezzi e l’attività di pesca, ha permesso di conseguire obbiettivi di protezione dello stock, ma, al contempo, ha generato pesanti ricadute in termini sociali ed economici soprattutto nel settore della piccola pesca artigianale e nelle aree meridionali del nostro Paese, nel quale tale segmento di pesca è largamente presente, più che in ogni altro Paese del Mediterraneo;
occorre evitare che, nell’implementazione delle regole ICCAT per la gestione dello sforzo di pesca sulla risorsa pesce spada, si riproducano le stesse conseguenze negative sulla pesca artigianale i cui sbarchi di prodotto pongono l’Italia al primo posto dei Paesi produttori nel Mediterraneo, interessando migliaia di imbarcazioni e di lavoratori;
è opportuno quindi, che nella gestione del pesce spada, al fine di ottemperare a quanto previsto dalla raccomandazione ICCAT 11/03, si individuino criteri oggettivamente rispondenti alla realtà delle imbarcazioni dedite alla pesca del pesce spada, in modo che si possa tutelare chi effettivamente opera questo tipo di pesca senza creare ulteriore disoccupazione oltreché la pesca illegale;
a tale riguardo, il decreto del 3 ottobre 2014 del Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, recante attuazione di alcune misure del piano d’azione, adottato con decisione della Commissione europea n. C(2013) 8635 del 6 dicembre 2013, contiene misure che non sembrano essere aderenti a quanto previsto dalla raccomandazione ICCAT 11/03 sulle misure per il pesce spada (ad esempio nella parte in cui si introduce un limite alle catture accessorie superiori al 5 per cento), con possibili evidenti ricadute negative sul ceto peschereccio;
la commissione generale per la pesca nel Mediterraneo, CGPM, è un organizzazione della pesca in ambito FAO, che ha come obiettivi principali la promozione dello sviluppo, della conservazione e della corretta gestione delle risorse biologiche marine nel Mediterraneo, ed annovera tra le parti contraenti sia l’Unione europea che i singoli Stati membri dell’Unione europea. In via di principio l’Unione europea ha diritto ad un numero di voti pari al numero degli Stati che la compongono e che sono parte della CGPM, ma può esercitare il suo diritto di voto soltanto in via alternativa agli stessi e nelle materie di sua competenza esclusiva in virtù del Trattato di funzionamento dell’Unione europea (articolo 3);
la CGPM, così come anche la stessa ICCAT, adotta raccomandazioni vincolanti per le parti contraenti, raccomandazioni che dovranno essere poi implementate nell’ordinamento interno per avere efficacia sui diretti interessati, ad esempio sui pescatori;
l’obbligo di recepimento nel diritto comunitario, tuttavia, riduce il ruolo del Parlamento europeo e dello stesso Consiglio, nonché la portata di quanto previsto dal Trattato di Lisbona in materia di procedure legislative dell’Unione europea, in quanto le raccomandazioni delle organizzazioni regionali della pesca quali la CGPM o l’ICCAT, proprio per essere «vincolanti» per le parti contraenti, non possono subire modifiche nel processo legislativo ordinario di codecisione tra Consiglio e Parlamento europeo);
in taluni casi addirittura sembra che la stessa Commissione europea preferisca passare attraverso la via della CGPM, in quanto più rapida e meno insidiosa per l’approvazione di alcune misure;
una tale situazione si è recentemente verificata in merito all’adozione da parte della CGPM della raccomandazione 37/2013/1 che ha istituito un piano di gestione per i piccoli pelagici in Adriatico: in tal caso sia il Parlamento europeo e che il Consiglio non sono potuti intervenire nel dibattito e nelle fasi precedenti l’adozione;
vi è il fondato timore che analogo percorso, che può mortificare il ruolo delle istituzioni e del confronto con la categoria, possa essere intrapreso per altre aree del Mediterraneo, Canale di Sicilia in primis,

impegna il Governo:

ad attivarsi nelle sedi opportune affinché venga raggiunta la sostenibilità ambientale, economica e sociale, evitando che con il fine del raggiungimento del rendimento massimo sostenibile, MSY, al 2020 vengano sacrificati gli obiettivi di tutela dei posti di lavoro e della vitalità economica delle imprese di pesca;
ad assumere iniziative per coordinare la normativa nazionale con quanto previsto dall’articolo 15 del regolamento n. 1380/13 in materia di obbligo di sbarco delle catture indesiderate, in particolare eliminando le disposizioni di legge in contrasto con quanto previsto dalla regolamentazione comunitaria al fine di evitare inutili e controproducenti contenziosi tra il Ministero e il ceto peschereccio;
ad assicurare il massimo sostegno finanziario possibile, anche attraverso corsi di formazione ad hoc per i rilevatori, alla raccolta dei dati prevista dal regolamento (CE) n. 199/2008 al fine di avere risultati di qualità, aggiornati e coerenti per una gestione delle risorse della pesca realmente legata alla realtà del Mediterraneo nell’ottica della citata sostenibilità ambientale, economica e sociale;
ad adottare ogni iniziativa possibile per bilanciare gli obbiettivi di tutela biologica con quelli altrettanto importanti di difesa della piccola pesca artigianale avviando nelle sedi opportune comunitarie la discussione sull’importanza della small-scale fishery;
ad assumere le iniziative di competenza per dotare il settore della pesca degli strumenti finanziari e delle risorse umane necessarie a raccogliere la sfida del nuovo corso della Politica comune della pesca, come da ultimo riformata con il regolamento 1380/13;
ad attivarsi con maggiore determinazione in ambito comunitario, affinché nel corso delle riunioni annuali dell’ICCAT, l’Unione europea riesca ad ottenere un totale delle catture ammissibili, TAC, maggiormente legato allo stato reale della risorsa, con aumenti dei quantitativi catturabili in periodi di abbondanza di risorsa e, viceversa, nel rispetto del principio di stabilità relativa e secondo le attuali chiavi di ripartizione fra Parti contraenti e Stati membri;
a ripartire, anno per anno, tra i vari sistemi di pesca la quota di cattura di tonno rosso assegnata annualmente all’Italia, nel rispetto del principio comunitario della stabilità relativa, tenendo conto delle indicazioni in materia di sostenibilità economica, sociale ed ambientale alla base delle medesime raccomandazioni dell’ICCAT;
ad individuare criteri oggettivi per limitare l’autorizzazione di pesca al pesce spada solo a coloro che storicamente hanno esercitato tale attività;
a rivedere il decreto del 3 ottobre 2014 sul pesce spada, in corso di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, perché a parere degli interroganti persegue obbiettivi non in linea con la Raccomandazione ICCAT 11/03;
ad attivarsi in ambito comunitario per sanare il «vulnus» che si crea nella procedura legislativa ordinaria dell’Unione europea in tutti i casi di implementazione nell’ordinamento di raccomandazioni vincolanti della CGPM o dell’ICCAT e ad evitare che il percorso seguito per l’adozione della raccomandazione 37/2013/1 venga ripetuto per altre aree del Mediterraneo.

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