bambini fameL’indifferenza glaciale alla fame nel mondo contrasta con i dati del sociologo Jean Ziegler, che considera la distruzione annuale di decine di milioni di uomini, donne e bambini per la mancanza di cibo come lo scandalo di questo secolo.
Allo stato attuale, l’agricoltura mondiale potrebbe sfamare senza problemi, 12 miliardi di persone, quasi il doppio della popolazione mondiale. Tuttavia, ogni cinque secondi muore un bambino di meno di dieci anni, in un pianeta traboccante di ricchezza.
I neuroni nel cervello umano si formano tra zero e cinque anni.
Se in questo periodo non ricevono un’alimentazione adeguata, sufficiente e regolare, il bambino sarà lesionato per tutta la vita.

A 80 anni, Ziegler è il pensatore svizzero contemporaneo più conosciuto nel mondo. Con più di 20 libri pubblicati, unisce la sua produzione intellettuale con un intervento resistente, sociale e politico. E’ stato il primo Relatore speciale sul Diritto Umano all’Alimentazione e membro del Comitato consultivo del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite (ONU) tra il 2000 e il 2012. Il suo ultimo libro, “Distruzione di massa – geopolitica della fame” (Ed . Cortez) è dedicato al medico brasiliano Josué de Castro, uno dei fondatori dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), riconosciuto a livello internazionale per il suo pionierismo nel denunciare il flagello della fame.

La riflessione di Ziegler sulle cause della scarsità di cibo è pertinente per valutare il rapporto pubblicato di recente sulla Insicurezza Alimentare nel Mondo (SOFI, acronimo in inglese), pubblicato dalla FAO.
Secondo il documento, nell’ultimo decennio la riduzione degli affamati è stata di 100 milioni. Il numero di “cronicamente malnutriti” raggiunge i 805 milioni nel periodo 2012-2014. Nei paesi in via di sviluppo, la malnutrizione è scesa dal 23,4% al 13,5%. Il Brasile è stato il clou di questo rapporto, dichiarato come il paese che ha superato ufficialmente il problema della fame.

I dati di questo rapporto indicano che in Brasile ci sono 3,7 milioni di persone in una situazione di insicurezza alimentare, corrispondenti al 1,7% della popolazione.
Il programma Borsa Familia, che serve 14 milioni di famiglie, e il programma di Alimentazione Scolastica nazionale (PNAE), destinato tutti i giorni a 43 milioni di studenti della scuola di base, sono menzionati come fattori rilevanti per aver raggiunto questo traguardo, realizzando il primo punto degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG), fissati per il 2016: eliminare la fame.

L’ottimismo del rapporto, sia a livello globale che in America Latina e nei Caraibi, si scontra con le dichiarazioni Ziegler, basate sull’esperienza di oltre un decennio in prima linea di difesa del diritto umano al cibo. Per chiarire le cause della fame, egli indica i “signori dei trust agroalimentari”, i leader della World Trade Organization (WTO), il Fondo monetario internazionale (FMI), i diplomatici occidentali, gli speculatori di alimenti di base; e quelli che egli chiama “avvoltoi dell’oro verde” (produttori di agrocarburanti, o combustibili di origine vegetale), come quelli che si impegnano a fare della fame una realtà naturale.

Ziegler inizia la sua presentazione spiegando come vengono raccolti i dati FAO.
L’autore propone di semplificare il modello matematico risalente al 1971 e di estrema complessità.
Il primo passo è quello di fare un inventario della produzione alimentare, l’esportazione e l’importazione, specificando il contenuto calorico.
L’India, per esempio, ha la metà di tutte le persone seriamente e permanentemente sottonutrite nel mondo, ma esporta circa 17 milioni di tonnellate di grano [1].
La FAO ottiene la quantità di calorie disponibili in ogni paese secondo le variabili: età, sesso, tipo di lavoro svolto e situazione occupazionale. Nella seconda fase gli statistici stabiliscono la struttura demografica e sociologica della popolazione. Correlando i due aggregati degli indicatori, si ottiene il deficit calorico complessivo dei paesi e si determina la quantità teorica di persone gravemente e permanentemente malnutrite. La critica di Ziegler è che i dati non dicono nulla circa la distribuzione delle calorie all’interno di una determinata popolazione.

Il modello FAO è sintonizzato costantemente su ricerche rivolte al campionamento, al fine di identificare i gruppi particolarmente vulnerabili. Questo modello è criticato dai ricercatori Bernard Maire e Francis Delpeuch perchè calcola le calorie in termini di macronutrienti (proteine carboidrati e lipidi), senza tener conto delle carenze della popolazione in termini di micronutrienti ( mancanza di vitamine, minerali e oligoelementi).

L’affidabilità dei dati è anche da provare, in quanto si basa interamente sulla qualità delle statistiche fornite dagli Stati. Nonostante le critiche, Ziegler ne riconosce la rilevanza e considera che il modello definisce, a lungo termine, le variazioni del numero di denutriti e morti per fame sul pianeta, come nel rapporto pubblicato lo scorso 16 settembre.
Per il sociologo e attivista, le cifre sottostimano il fenomeno, ma permettono di conoscere lo scenario arido degli affamati in tutto il mondo.

I tre gruppi di persone più vulnerabili sono i poveri rurali, i poveri urbani e le vittime delle catastrofi. La maggior parte di quelli che non hanno cibo appartiene alla comunità rurali povere dei paesi in via di sviluppo. Chi produce il cibo è esposto alla fame.
E’ una contraddizione con cui fare i conti. La carenza è nei campi da cui si dovrebbe trarre sostentamento.

Ziegler attacca la pratica per cui la sicurezza e la sovranità alimentare sono guidati dal gioco del libero mercato. L’idea fondamentale è che solo il mercato può sconfiggere la piaga della fame. Basta sfruttare al massimo la produttività agricola mondiale, liberalizzare e privatizzare per avere accesso a una adeguata alimentazione, sufficiente e regolare per tutti.
“Il mercato libero rilascerà finalmente , come una pioggia d’oro, i suoi favori sul genere umano” (p. 158). Per una questione complessa come il cibo, si considera una soluzione unilaterale e ridotta a pochi attori sociali.

La questione della terra è posta dalla ex relatore come una sfida per combattere la fame.
I terreni sono contesi per la semina di commodities di prodotti agricoli o di agrocarburanti, chiamati anche biocarburanti, di due tipi: il bioetanolo e il biodiesel.

Il prefisso bio (vita, vivente), indica che il carburante (etanolo o diesel) è prodotto a partire dalla materia organica (biomassa).
Non vi è alcun rapporto diretto con l’agricoltura biologica, come suggerisce il termine biocarburante. La confusione favorisce l’immaginare che questo carburante sia pulito e verde. Chiamato anche Oro Verde, questa matrice di produzione di energia è considerata dal sociologo come una nuova ricolonizzazione del territorio, devastando le risorse naturali e approfondendo mali sociali, culturali ed economici.

In Brasile, il protagonista è la canna da zucchero. Materia prima di base del periodo coloniale, con la monocoltura per la produzione di zucchero, questa coltivazione ritorna ad occupare i campi del cibo per la produzione di agrocarburanti.
Zielger critica aspramente il programma Proálcool brasiliano: “Oltre ai baroni brasiliani dello zucchero, Proálcool avvantaggia le grandi compagnie straniere transcontinentali (Louis Dreyfus, Bunge, Noble Group e Archer Daniels Midland).”
Considerando il rapporto tra carburante e cibo, ricorda i dati iniziali del suo libro: “bruciare milioni di tonnellate di cibo su un pianeta dove ogni cinque minuti un bambino di meno di dieci anni muore di fame è evidentemente rivoltante “. Per produrre 50 litri di bioetanolo, si devono distruggere 358 KG di mais. In Messico e Zambia, il grano è l’alimento di base.
Con questa quantità in questi paesi si nutrirebbe un bambino per un anno.
“Agrocarburanti: serbatoio pieno e pancia vuota” sentenzia Ziegler.

Nella visione del geografo Carlos Walter Porto-Gonçalves[2], la classificazione corretta,dai primi giorni coloniali a oggi è “sistema-mondo moderno coloniale”.
Il modello agrario/agricolo, che viene presentato come ciò che c’è di più moderno, soprattutto per la sua capacità produttiva, aggiorna in realtà quello che c’è di più antico e coloniale in termini di concentrazione di potere, stabilendo una forte alleanza oligarchica tra le grandi corporazioni finanziarie internazionali; le grandi industrie-laboratori di concime, fertilizzanti, diserbanti e sementi; grandi catene di marketing legate ai supermercati; grandi latifondisti esportatori di grano [3].
Per avere un’idea di come la fame non può essere sottovalutata, tanto meno considerata naturale, Ziegler cita i dati sul controllo del mercato sulla produzione alimentare nel mondo “, solo dieci aziende – tra cui Aventis, Monsanto, Pioneer e Syngenta – controllano un terzo del mercato mondiale delle sementi, stimato in 23 miliardi di dollari l’anno; e l’80% del mercato dei pesticidi, circa 28 miliardi di dollari.

Dieci altre aziende, tra cui Cargill, controllano il 57% delle vendite dei 30 maggiori venditori di tutto il mondo e rappresentano il 37% dei ricavi delle 100 più grandi aziende produttrici di prodotti alimentari e bevande (p. 152). Sulle attività di queste multinazionali, João Pedro Stedile uno dei principali leader del Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST), afferma che “l’obiettivo non è quello di produrre cibo, ma merci per fare soldi” (p. 153).

Il nostro modo di produrre, distribuire e consumare cibo – considerando il cibo come una merce, regolata da un mercato vorace, e Stati infiacchiti – è un modo per violare il diritto al cibo e per limitare la sovranità alimentare delle nazioni, distruggendo territori, luoghi di produzione alimentare, cultura, memoria e saperi.

Questa indifferenza glaciale, che riferisce Ziegler, è intollerabile.
Per battere questo mostro, l’autore mostra speranza nel ” formidabile risveglio di forze rivoluzionarie contadine nelle zone rurali del sud.
Sindacati contadini transnazionali [come Via Campesina], associazioni di agricoltori e allevatori che lottano contro gli avvoltoi dell’ ”oro verde’ e contro gli speculatori che cercano di rubare la loro terra. Questa è la forza principale per la lotta contro la fame “(p 28) ..

Ziegler cita un proverbio cinese che Che Guevara amava dire per giustificare la sua speranza e incoraggiare la resistenza: “I muri più solidi si sgretolano per le loro crepe.”
Così egli ci chiama a produrre, per quanto possibile, crepe nell’attuale ordine di questo mondo che “schiaccia brutalmente i popoli”.

Il nemico, come l’autore lo chiama, è esposto nella relazioni della FAO.
Dobbiamo chiederci perché in queste statistiche 805 milioni di persone muoiono di fame nel XXI secolo. L’esperienza del sociologo e attivista mostra che il numero enorme potrebbe essere in realtà maggiore e che quelli che dovrebbero eliminarlo stanno cercando strategie per farlo considerare naturale.

Confrontare il rapporto con la relazione di Ziegler è rilevante per riflettere sulle contraddizioni e le ambiguità che il sistema alimentare produce. Ciò che risulta evidente, forse tra le righe o con l’aiuto di autori come lui, è che è ingiustificabile una distruzione per la mancanza di accesso al cibo, in qualità e quantità, rispettando la cultura, come stabilisce il concetto di sicurezza alimentare e nutrizionale in Brasile. Come può l’uomo condurre una guerra ambiziosa e senza scrupoli a favore del consumo e del reddito, contro i loro simili?

Come spiegare questo desiderio autodistruttivo?
Perché l’altro è trattato con inferiorità, se , in verità, è l’immagine riflessa di un proprio simile?
È necessario fondere l’indifferenza glaciale e capire che il cibo non è merce, è un diritto umano fondamentale alla vita.
Pensiamo ai dati della FAO come un compito che richiede sforzi collettivi per provocare crepe nel muro solido della mercificazione del cibo, bene comune e di interesse pubblico.

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