Giulio Finotti riflette su una tecnica, diffusa in rete e molto usata dal M5S, per diffondere informazioni in modo virale e dal basso, evocando un presunto silenzio dell’informazione mainstream: messaggi come “ecco cosa è successo, i tg non lo diranno”, “guardate cosa hanno fatto, è incredibile” e variazioni sul tema.

Scrive Finotti: “molto spesso questa tecnica viene utilizzata come mero strumento di marketing, per incoraggiare il lettore a cliccare su quel determinato titolo che rimanderà a una pagina dove i contatti (visualizzazioni) generano soldi”. Il tema è delicato e riguarda cosa scelgono i media, assecondando la scarsa capacità di lettura delle informazioni da parte di molti italiani: “se funzionano le foto dei gattini e i fake dei ministri in perizoma che si fa?”.

Certo, l’informazione italiana ha i suoi problemi – e le graduatorie internazionali sulla libertà di stampa sono impietose con i nostri giornali – ma a volte il complottismo non ha davvero senso: Finotti ad esempio fa un fact checking dei numerosi commenti in rete sulle presunte falsità pubblicate dai giornali a proposito del decreto Delrio sulle Province, verificando come in realtà diversi giornali riportino correttamente le notizie in proposito. Ma quanti italiani li avranno letti?

// LINK: Giulo Finotti, “Il mito della disinformazione”, L’Espresso, 27 marzo 2014

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